
Quando si parla di spazio non si può non pensare al corpo, nel caso del MACRO i corpi sono addirittura tre: quello del visitatore, quello dell’opera, quello del museo.
Il corpo del museo, quello progettato da Odile Decq è un vero e proprio organismo, con tanto di cuore rosso, l’auditorium, da cui si dipana tutto il “MACRO sistema museale” che, come l’insieme degli apparati e sistemi del corpo umano, mantiene in vita tutto l’edificio. Anche il museo subisce delle trasformazioni, a seconda della luce, degli allestimenti, dei flussi di visitatori che interagiscono con i suoi spazi e come un corpo sensibile reagisce alle sollecitazioni interne ed esterne modificandosi.
Ma esiste anche lo spazio della creazione e quello della fruizione, che da qualche tempo non sono più così separati in quanto l’interazione dell’osservatore è diventata per molti aspetti fondamentale per l’esistenza dell’opera. Dagli anni ‘50, infatti, gli artisti hanno indagato e utilizzato lo spazio anche “fuori dal quadro” interagendo con l’ambiente circostante, creando opere prima aggettanti, poi superando definitivamente i confini della tela e della cornice e trascendendo la pesantezza statica della scultura più tradizionale. Sono nate così le installazioni, opere di grandi dimensioni, tridimensionali, create con materiali diversi, sia naturali che artificiali, spesso molto immersive che lo spettatore deve a tutti gli effetti abitare diventandone elemento integrante e fondamentale.
Prendiamo come esempio “Danza tra triangoli e losanghe per tre colori” l’opera/installazione permanente di Daniel Buren, pensata proprio per uno dei ballatoi del MACRO. L’artista, attraverso un gioco di riflessi, colori e forme dialoga con i preesistenti elementi architettonici del museo creando una suggestiva coreografia che amplifica prospetticamente lo spazio andando a modificare la percezione dello spettatore. Un’opera che si modifica in continuazione in relazione alla luce e ai diversi punti di vista.