Pino ci racconta di un mare speciale, fatto di confini, come in una scatola, combinando insieme elementi naturali, come l’acqua, ed artificiali, come le vasche di alluminio. L’idea originale è stata quella di rendere misurabile e rigoroso qualcosa che, come ben sai, è incommensurabile ed in continuo movimento.
Un’opera installata a terra, appoggiata direttamente sul pavimento, che si modifica sempre a seconda del luogo in cui viene esposta e di chi la guarda. Sulla superficie specchiante si distinguono due figure viste di spalle, apparentemente due visitatori. Se ti disponi di fronte all’opera ci finisci dentro! Entri in dialogo con le figure dell’opera diventandone anche tu protagonista.
Michelangelo con i suoi quadri specchianti ha voluto creare delle opere che includessero tutto: le persone, gli spazi, gli oggetti intorno. Pensa che ha chiamato tutta la serie di opere specchianti “autoritratto del mondo”!
Senza visitatori, a luci spente, senza alcuna cosa che possa riflettersi in essa, l’opera non funziona, si addormenta; sei tu a tenerla sveglia!
Divertiti insieme alla tua famiglia ad assumere sempre posizioni differenti, a guardare dentro all’opera sempre da punti di vista diversi e se hai una macchina fotografica prova anche a scattare fotografie da differenti prospettive.
È giunto ora il momento di cercare l’artista Lucio Fontana. In questo museo sono presenti molte sue opere conosciute come Concetti spaziali.
Cerca un quadro bianco con 5 tagli che reca la didascalica “Concetto spaziale. Attese”, del 1963 circa.
Si tratta di un’opera davvero curiosa ed apparentemente, solo apparentemente, semplice. Di cosa è fatta? Di una tela e di un taglio, anzi cinque tagli, attraverso i quali verrebbe davvero voglia di sbirciare. Ed effettivamente è ciò che l’artista ha fatto compiendo uno dei gesti più coraggiosi e rivoluzionari della storia dell’arte. Andando a vedere cosa c’era dietro al quadro, oltre la tela, Lucio Fontana ha cambiato tutte le regole! Tagliando la tela, che fino a quel momento era stato il supporto principale dell’arte, ha dichiarato con un gesto molto distruttivo ma efficace che il tempo dell’illusione era finito. Lo spazio non doveva più essere rappresentato come nella pittura del passato, ma creato. Non solo. Quel taglio e quel nero che si intravede donano una spinta propulsiva all’artista che di fronte a questo mistero desidera vedere cosa c’è dall’altra parte sfondando la bidimensionalità della tela.
Lo stesso desiderio che spinge l’uomo a cercare una nuova dimensione attraverso l’esplorazione dell’universo.
Per finire cerca l’opera “Grande sacco” del 1952 di Alberto Burri. Questo signore prima ha studiato per diventare dottore, poi ha scelto di fare l’artista. Partito in guerra come medico, Alberto è stato fatto prigioniero in America e lì, nel campo di lavoro, è avvenuta la sua rivoluzione artistica. Ogni progioniero aveva il suo sacco di juta per custodire i pochi oggetti personali. Alberto, non avendo a disposizione la tela bianca e i colori per dipingere, ha inziato a fare arte con la juta, un materiale che non si poteva dipingere facilmente, ma che si poteva sporcare, tagliare, piegare, cucire e scucire.
La juta è un materiale povero, ruvido e per niente rifinito, costituito da fibre vegetali intrecciate che contiene, trasporta, conserva, protegge.
Tutte le opere di Alberto Burri sono fatte di materiali particolari: legni bruciati, stoffe, plastiche, persino di fuoco; sono opere che parlano della materia e dei gesti che l’artista ha realizzato per crearle.
Tutto può diventare materiale dell’arte perché i materiali sono forma, colore, superficie, suono, rilievo, profumo, pensiero, luce, segno, memoria e sfumatura.
Cerca altre opere di Alberto Burri nelle sale del museo e mettile a confronto. Dopo averle guardate con attenzione non guarderai più un sacco o una busta di plastica con gli stessi occhi.
Vedi, l’arte modifica davvero la nostra percezione del mondo!